Nathan Trevallion è quel tipo di persona che se gli regali una casa lui non l'accetta.
E questa è una di quelle cose che fa rosicare, stranire o fa paura alla gente 😉
La cosa più crudele che mi sta succedendo è essere obbligato a stare lontano da mio figlio, a non vivere con lui, a non poter decidere sulle sue giornate, a non poter dare il mio contributo, il mio appoggio. E questo non è una forma di controllo: è una forma di vigilanza sul suo benessere, sulla sua salute mentale e fisica.
È una crudeltà ricordare, la sera, i momenti in cui stavo insieme alla madre e lui era tranquillo a giocare. È una crudeltà non poterlo vedere più di un giorno e mezzo alla settimana: un giorno, una notte e un altro giorno fino alle otto di sera. Come se fosse un’estraneità.
È una crudeltà sapere che, nonostante lui cerchi me, gli viene vietato di vedermi. È una crudeltà che tutto questo derivi non da particolari motivi, ma dal fatto di non essere il marito della madre. Lei è una persona affettivamente dipendente, rancorosa, che vuole tutto o niente e mette se stessa prima del figlio. Mi dispiace dirlo, ma in questa situazione appare come un mostro.
Ecco gli aggiornamenti più recenti sulla vicenda della cosiddetta “Famiglia nel Bosco”, con i punti chiave di quello che sta succedendo ad oggi:
🧾 1. Documento del Garante per l’Infanzia
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, guidata da Marina Terragni, ha pubblicato un documento intitolato “Prelevamento dei minori, facciamo il punto”.
➡️ Ribadisce che gli allontanamenti dei minori dalle famiglie devono essere misure eccezionali, attivabili solo in presenza di grave pericolo per i bambini e non per conflitti familiari ordinari. Il testo affronta in modo dettagliato quando e come può avvenire un prelevamento, evidenziando che spesso nella pratica i limiti vengono superati.
📌 2. Situazione giudiziaria della “Famiglia nel Bosco”
La vicenda di questa coppia anglo-australiana e dei loro tre bambini ha visto sviluppi giudiziari importanti:
Il Tribunale per i Minorenni de L’Aquila ha deciso l’allontanamento dei tre figli e il loro collocamento in una comunità educativa (con la madre che può stare con loro).
La Corte d’Appello ha rigettato il ricorso presentato per riportare immediatamente i bambini dai genitori, confermando il provvedimento del tribunale.
I genitori avevano presentato elementi nuovi (ad esempio una casa alternativa migliorata e perizie affettive), ma la decisione di non riportare subito i figli non è stata modificata.
🧠 3. Opinioni e perizie
Professionisti e periti stanno intervenendo pubblicamente:
Uno psichiatra coinvolto come perito di parte ha dichiarato che i bambini dovrebbero tornare dai genitori “al più presto”, sottolineando l’importanza dell’unità familiare per il benessere dei minori.
⚖️ 4. Aspetti procedurali e contestazioni
La vicenda ha attirato attenzione e controversie anche al livello istituzionale:
Il Ministero della Giustizia ha avviato accertamenti sulla relazione presentata dai servizi sociali e sugli atti del tribunale per verificare eventuali violazioni procedurali.
Il dibattito pubblico è acceso: alcuni politici e firmatari di petizioni sostengono la famiglia, altri difendono la decisione del tribunale come tutela dei diritti dei minori.
📊 5. Contesto più ampio
La discussione tocca un tema più ampio in Italia:
Il Garante per l’Infanzia ha evidenziato che nel 2024 circa 25.000 bambini sono stati tolti dai genitori e affidati allo Stato con costi elevati, e ha chiesto maggiore chiarezza e trasparenza nei processi decisionali dei tribunali.
📌 Petizione su ProVita & Famiglia
Una petizione promossa dall’associazione Pro Vita & Famiglia Onlus per chiedere al ministro Carlo Nordio di tutelare la “famiglia nel bosco” ha raggiunto oltre 63.000 firme su un obiettivo di 65.000, e risulta essere stata consegnata al Ministro della Giustizia.
📌 Petizioni online su Change.org
Secondo varie testate e cronache, almeno una petizione su Change.org ha raccolto decine di migliaia di firme, con alcune stime fino a oltre 78.000 o addirittura 130.000 firme in pochi giorni di mobilitazione popolare.
Questi numeri derivano da report giornalistici e possono riflettere conteggi combinati di più petizioni o aggiornamenti in tempi diversi.
📍 Nota importante sui dati
➤ Le petizioni non sono documenti ufficiali dello Stato, quindi non esiste un registro unico centralizzato dei firmatari con conferma pubblica.
➤ I numeri citati (es. 63.077, 78.000 o 130.000) sono quelli riportati dalle organizzazioni promotrici delle petizioni o dai media al momento della pubblicazione degli articoli.
🗳️ In sintesi
Una petizione specifica ha superato le 63.000 firme ed è stata consegnata al ministro competente.
Altre raccolte online (Change.org e simili) vengono riportate dai media con numeri che oscillano dai circa 70.000 fino a oltre 130.000 firme, a seconda del conteggio e del periodo considerato.
Chappell Roan è una cantante e cantautrice pop statunitense di 27 anni, conosciuta per il suo stile teatrale e spesso eccentrico, sia nella musica che nella moda. È diventata molto famosa negli ultimi anni grazie a:
Il suo genere musicale pop/dramatico, con testi emotivi e produzioni elaborate.
Il successo della canzone “The Subway” e del suo album The Rise and Fall of a Midwest Princess.
Una forte presenza mediatica e momenti di moda iconici ai grandi eventi.
🎤 Grammy Awards 2026: il vestito con piercing
All’edizione dei Grammy Awards 2026 (1° febbraio) Chappell Roan ha attirato l’attenzione mondiale con un look mozzafiato: un abito color burgundy trasparente e sospeso da piercing ai capezzoli.
✔️ Il vestito era un pezzo personalizzato di Mugler, ispirato a una collezione storica della maison (1998).
✔️ Il tessuto è stato fissato da piccole clip/piercing scintillanti legati al corpo, creando un effetto “sospeso”.
✔️ Sotto l’abito ha indossato biancheria nera e finti tatuaggi temporanei, tra cui un pony e un design “pizzo” sulla schiena.
✔️ L’hair & makeup erano abbinati al look, con capelli rossi ricci e trucco intenso.



La sfera emotiva è la spina dorsale dell’essere umano, la sua anima.
Una persona che si dedica professionalmente a un mestiere, se non sta bene emotivamente, finisce per svolgere un lavoro approssimativo, meccanico, oppure non riesce proprio a portarlo a termine.
Al contrario, quando sta bene sul piano emotivo, trova una spinta profonda: è alimentata da motivazioni ideali e affettive, e proprio per questo riesce a realizzare un lavoro di qualità.
La società contemporanea, però, sembra sempre più popolata da individui ridotti a funzionare come robot: persone che non pensano davvero, spesso troppo spaventate per permettersi un pensiero o un comportamento che esca dagli standard imposti.
Prendo l’esempio del lavoro non a caso. Il primo articolo della Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Di riflesso, le istituzioni e le organizzazioni — anche quando non ne sono pienamente consapevoli — agiscono per favorire e riprodurre questo modello.
I giovani vengono educati all’obbedienza e all’assimilazione di nozioni utili al sistema sociale. Gli orari scolastici, non a caso, sono calibrati per coincidere con quelli lavorativi dei genitori: mentre questi lavorano, i figli vengono “gestiti”.
In questo quadro, assistenti sociali, giudici e altri apparati — incluso quello sanitario — esercitano, spesso inconsapevolmente, una funzione orientata alla produzione di cittadini funzionanti, adattabili e produttivi all’interno dello Stato.
La frase scritta dall’assistente sociale coinvolta nella vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco si colloca esattamente dentro questa visione:
«Il privilegiare ad ogni costo lo sviluppo della sfera emotiva a discapito di quella cognitiva rappresenta un’adulterazione che deve necessariamente portare alla difesa dei diritti dell’infanzia».
Una dichiarazione che non è neutra, ma riflette un modello culturale preciso: quello che vede lo sviluppo emotivo come un eccesso da correggere, anziché come il fondamento stesso di una crescita umana autentica.
Rita de Angelis - da facebook
" LA SFERA EMOTIVA È FONDAMENTALE PER LA SFERA COGNITIVA PERCHÉ NE COSTITUISCE IL MOTORE , L'ORIENTAMENTO E IL FILTRO , INFLUENZANDO DIRETTAMENTE APPRENDIMENTO, MEMORIA , ATTENZIONE E PROCESSO DECISIONALE ".
"L'INTEGRAZIONE TRA MENTE E CUORE , NOTA COME INTELLIGENZA EMOTIVA, È ESSENZIALE PER UN FUNZIONAMENTO COGNITIVO EFFICACE, PER LA RISOLUZIONE DEI PROBLEMI E PER RELAZIONI INTERPERSONALI SANE "
Ora io ho trascritto quello che a cui con un minimo di sensibilità e intelligenza tutti possiamo arrivare , ma un professionista dovrebbe saperlo molto bene e meglio di tutti , visto la preparazione che dovrebbero avere. Sapendo che al contrario emozioni negative , come quelle che stanno vivendo questi bambini , ostacolano l'apprendimento. Quindi se è vero quello che dice , pensa che siano due cose a sé, separate e che non vanno ad influenzarsi ? E alla faccia degli studi e delle evidenze si agisce secondo un proprio pensiero ? Andiamo bene
Sky Tg24 - Famiglia nel bosco, i genitori chiedono la revoca dell'assistente sociale - (29 genn 2026)
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/01/29/famiglia-nel-bosco-ultime-notizie
...Non solo. quello che viene contestato all'assistente sociale è anche la presunta violazione del Codice deontologico professionale. "Il privilegiare ad ogni costo lo sviluppo della sfera emotiva a discapito di quella cognitiva - scriveva in una relazione dello scorso dicembre, e riportata dal quotidiano Il Centro - rappresenta una adulterazione che deve necessariamente portare alla difesa dei diritti dell'infanzia". Per gli avvocati, questa è la prova regina del pregiudizio. L'operatrice si sarebbe eretta a "censore", giudicando "sbagliato" un metodo educativo diverso dal proprio e decidendo di correggerlo con la forza dell'autorità pubblica. E, per la difesa, avrebbe anche violato il "principio di riservatezza", rilasciando dichiarazioni alla stampa.

ZK Squatt sgomberato.
I giovani non possono organizzarsi. Per loro c'è solo discoteca strada e palestra.
Chiuso un centro se ne aprirà sempre un altro (A)
https://ilmanifesto.it/sgomberato-zk-squat-casa-dei-ravers-e-della-musica-fuori-dal-commercio


Albert Pla è uno di quei personaggi che o lo ami o ti spiazza, spesso entrambe le cose insieme. Cantautore, poeta, attore e provocatore professionista, è una figura assolutamente atipica della scena culturale spagnola.
Chi è Albert Pla
Nome completo: Albert Pla i Álvarez
Nato: 22 settembre 1966, Sabadell (Catalogna)
Lingua: catalano e spagnolo
Professione: cantautore, performer, attore teatrale e cinematografico
Pla non è solo un musicista: è un performer totale, a metà tra cantautore punk, poeta maledetto e comico nero.
Stile e temi
Il suo stile è minimalista musicalmente, ma violentissimo nei testi (in senso emotivo e concettuale).
guerra e violenza, infanzia disturbata, religione, follia e marginalità, morte, sesso (mai romantico), critica feroce alla società borghese
Il tutto raccontato con: voce volutamente stonata, tono infantile o apparentemente ingenuo, umorismo nerissimo, cinismo disarmante
👉 Spesso sembra una filastrocca… finché non ti accorgi che parla di cose orribili, reali e profondissime.
Dischi fondamentali
Se vuoi capirlo, questi sono imprescindibili:
El Lado Mas Bestia de la Vida
Ho sento molt (1989) – esordio in catalano, già disturbante
No sólo de rumba vive el hombre (1992) – culto assoluto
Veintegenarios en Alburquerque (1997) – più narrativo
Anem al llit (2002) – inquietante e poetico
La diferencia (2003) – più politico
Miedo (2018) – maturità, sempre corrosiva
Dal vivo: il vero Albert Pla
I concerti non sono concerti: monologhi, provocazioni al pubblico, teatro, improvvisazione, momenti di silenzio imbarazzante
A volte canta poco, altre volte sembra un clown tragico. Il disagio è parte dello spettacolo.
Cinema e teatro
Ha recitato in film e serie, spesso in ruoli disturbanti o marginali.
È anche molto attivo nel teatro sperimentale, dove unisce musica, parola e performance fisica.
Perché è così controverso
accusato di nichilismo, testi giudicati “immorali”, rifiuta il politicamente corretto, prende in giro tutti (inermi inclusi)
Ma proprio per questo è considerato da molti un autore radicalmente onesto.
Il mobile larario (dal latino lararium) è un arredo domestico dell’antica Roma destinato al culto familiare.
Che cos’era:
Era una piccola edicola, nicchia o armadietto (a volte fisso, a volte mobile)
Serviva a ospitare le statuette dei Lari, divinità protettrici della casa, insieme ai Penati e al Genio del pater familias
Dove si trovava:
All’interno della casa romana, spesso nell’atrio
nella cucina o in un punto centrale dell’abitazione
A cosa serviva:
Per offerte quotidiane (vino, cibo, incenso)
Per riti domestici legati alla protezione della famiglia e della casa
Perché “mobile”:
In alcuni casi non era una nicchia murata, ma una struttura trasportabile o un piccolo mobile ligneo dedicato al culto.
il mobile larario era il “santuario domestico” romano, un oggetto che univa religione, famiglia e vita quotidiana.
Mobile larario dalla Casa del Mobilio carbonizzato di Ercolano , ritrovato sotto la colata pirocrastica dell'eruzione del Vesuvio del 79 dC.
Museo del Parco Archeologico di Ercolano.

Uno spaccato della realtà che ci circonda.
Nel 1973, otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici e scoprirono qualcosa di terrificante. Una volta che sei etichettato come pazzo, non c'è quasi via d'uscita.
L'esperimento fu condotto dallo psicologo David Rosenhan e iniziò con una semplice domanda che la medicina non aveva mai seriamente messo alla prova: i professionisti formati possono distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?
Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto "pseudopazienti". Erano persone comuni: uno studente laureato, un pediatra, uno psichiatra, un pittore, una casalinga. Tutti mentalmente sani. Ognuno si offrì volontario per fare una cosa — e una sola — per essere ricoverato.
Dovevano entrare in un ospedale psichiatrico e dire di sentire delle voci. Tutto qui. Nessuna crisi drammatica. Nessuna delirio bizzarro. Nessun comportamento violento. Solo una calma descrizione di parole udite come "vuoto", "cavo" e "tonfo". Ognuno di loro fu ricoverato.
Immediatamente dopo il ricovero, i volontari smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Parlarono chiaramente. Collaborarono. Socializzarono. Dissero al personale che le voci erano cessate. Non importava.
I dottori e gli infermieri ora vedevano tutto attraverso un'unica lente: la malattia mentale.
Prendere appunti? → "Comportamento di scrittura compulsivo". Stare vicino alla postazione delle infermiere? → "Ricerca patologica di attenzione". Aspettare il pranzo? → "Ansia legata alla fissazione orale". Essere educato e calmo? → "Affetto appropriato nell'ambito del quadro patologico".
La diagnosi arrivò rapidamente — e rimase fissa. Sette furono etichettati con schizofrenia. Uno con psicosi maniaco-depressiva. Nessuno fu riconsiderato. La degenza media durò 19 giorni. Un volontario rimase ricoverato per 52 giorni. Non perché fosse malato. Ma perché l'istituzione aveva già deciso che lo fosse.
Ecco la parte più inquietante. I dottori non misero mai in discussione il loro giudizio. Gli infermieri non riconsiderarono mai nulla. Le cartelle si riempirono di un linguaggio tecnico e sicuro che faceva sembrare il normale comportamento umano come un sintomo.
Eppure, qualcun altro se ne accorse immediatamente. I pazienti. Nel giro di pochi giorni, veri pazienti psichiatrici presero in disparte i volontari e sussurrarono cose come: "Tu non sei pazzo", "Sei un giornalista, vero?", "Tu non dovresti stare qui".
Su centinaia di interazioni, nemmeno un singolo pseudopaziente fu identificato come sano dal personale ospedaliero. Ma dozzine di pazienti reali riconobbero la verità.
L'esperimento rivelò qualcosa di profondamente scomodo. La diagnosi non si basava sul comportamento. Si basava sul contesto. Una volta che una persona aveva varcato la soglia istituzionale, ogni sua azione veniva reinterpretata per adattarsi all'etichetta già assegnata. Le prove non contavano più. La normalità stessa diventava invisibile.
Quando Rosenhan pubblicò lo studio — "On Being Sane in Insane Places" (Essere sani in luoghi folli) — il mondo della psichiatria esplose. Gli ospedali protestarono. I medici erano furiosi. Alcuni sostennero che lo studio fosse poco etico. Un ospedale sfidò direttamente Rosenhan: "Mandaci i tuoi falsi pazienti", dissero. "Li smaschereremo". Rosenhan accettò.
Nei tre mesi successivi, l'ospedale identificò 41 pazienti in arrivo come impostori. Erano orgogliosi della loro vigilanza. Rosenhan non aveva mandato nessuno. Il danno era fatto.
Lo studio dimostrò quanto potentemente le etichette distorcano la percezione, come le istituzioni possano diventare cieche di fronte agli individui, e quanto facilmente la certezza sostituisca la curiosità una volta che l'autorità prende il sopravvento. Contribuì ad innescare riforme radicali nella diagnosi psichiatrica, diede un contributo allo sviluppo di criteri diagnostici più rigorosi e ridefinì la valutazione della malattia mentale.
Ma la lezione più profonda andò ben oltre la psichiatria. Mostrò come i sistemi possano intrappolare le persone in narrazioni che non hanno scelto. Come l'essere percepiti in un certo modo possa contare più di ciò che si è realmente. E come la cosa più difficile da far credere a un'istituzione… sia che potrebbe sbagliarsi.
Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che cambiò per sempre la medicina. A volte l'illusione più pericolosa non è quella dei pazienti. È di coloro che credono di non poter mai sbagliare.
- Di Tetiana Helibova

A sostegno delle parole di Paola Cappellin sulla vicenda della “famiglia nel bosco”
Con questo articolo voglio esprimere il mio pieno sostegno alle parole di Paola Cappellin, che condivido profondamente. Il suo intervento sulla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, al centro della cronaca di questi giorni, solleva questioni che non possono essere ignorate.
Con amara ironia, Paola richiama l’attenzione sull’inefficacia — e talvolta sulla pericolosità — di assistenti sociali e tribunali dei minori, spesso incapaci di intervenire dove sarebbe davvero necessario, ma pronti ad agire con durezza in situazioni che non lo richiederebbero.
Nel caso della famiglia nel bosco, con il pretesto di tutelare i diritti dei bambini, questi sono stati strappati ai genitori e alla loro vita. Più che una misura di protezione, questa decisione appare come una punizione verso chi ha scelto un modello di vita diverso, dimostrando che è possibile vivere anche al di fuori delle sovrastrutture imposte dal sistema.
Paola Cappellin https://www.facebook.com/paola.cappellin
(video) https://www.facebook.com/share/v/1Dk4Em9uf5
"Mi prendo questo momento di pausa perché volevo fare i miei più sinceri complimenti a tutte quelle figure che ritengo, che ho sempre ritenuto, estremamente inutili, anzi deleterie, in questo paese, che sono gli assistenti sociali e i tribunali dei minori. Figure incapaci di agire dove serve, vedi ultimamente i due bambini uccisi dalle madri, oppure quotidianamente i casi di tutti i bambini rom che a scuola proprio non ci vanno e le uniche cose che imparano a casa è delinquere, rubare e nient'altro, ma riescono invece ad andare a rompere i coglioni e fare danni dove tutto filerebbe liscio.
Ovviamente sto parlando del caso della "famiglia nel bosco", dove con la scusa di tutelare i diritti dei bambini questi sono stati brutalmente strappati alle loro famiglie, i loro genitori e alla loro vita felice. Ovviamente è chiaro che questo gesto non è a tutela proprio di nessun diritto di nessun bambino, ma è molto evidentemente un voler punire chi non si adegua, chi sceglie diversamente, chi dimostra pericolosamente di poter vivere benissimo, anzi meglio, senza tutte quelle sovrastrutture che ci impone questo sistema di merda e a cui tutti, che ci piaccia o no, ormai ci siamo rassegnati, io compresa ovviamente.
I commenti pro decisione di portare via i bambini sono tutti più o meno sulla falsariga del dire: "ma questi bambini che non frequentano i loro pari, da adulti saranno degli emarginati, degli isolati". Cosa che secondo me è un pensiero estremamente errato. perché dico questo? perché a mio parere la socializzazione e la felicità di un bambino non dipende dalla quantità di persone che frequenta. Se pensiamo poi che ormai la maggioranza dei minori è insieme solo fisicamente, ma poi di fatto è totalmente assorbita, e rincoglionita da smartphone, tv, tablet e chi più ne ha più ne metta, ci immaginiamo che un bambino sia emarginato se non frequenta una classe di trenta alunni, se non mangia alla mensa, se non vive la routine.
Ma la verità è che l'isolamento dipende dalla mancanza di comunicazione, cosa molto attuale, e non dalla mancanza di folla. E la scuola parentale che i genitori di questi bambini hanno deciso per loro non è isolamento, non è mancanza di socializzazione, non è una cosa negativa, è una scelta consapevole e tra l'altro legale in Italia.
Nelle classi pollaio che conosciamo, nella normalità diciamo, nella nostra normalità, si verificano spessissimo episodi di bullismo, di cattiverie fra minori, appunto fra i bambini, di umiliazioni. Questo perché i bambini vengono lasciati soli emotivamente, nonostante ci siano numerosissimi professori. Un bambino può sentirsi molto più solo in mezzo duecento coetanei piuttosto che in una famiglia che lo apprezza, lo valorizza, gli insegna i veri valori della vita, non lo umilia e appunto lo apprezza per quello che è, e non per quello che deve diventare.
In questo modo avrà una forza interiore, una consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda e una determinazione che pochi ad oggi posseggono. E a mio parere è proprio questo che spaventa: che esistono al mondo persone in grado di ragionare davvero, di riconoscere autenticamente il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso, che possano riuscire a vivere autonomamente senza aver bisogno di tutte quelle sovrastrutture che ci impone il sistema e che quindi possano ribellarsi ad esso ed insegnare ad altri a farlo.
Quindi in conclusione io penso che questi bambini non crescerebbero più emarginati, più isolati. crescerebbero molto più forti, molto più consapevoli, molto più pericolosi per il sistema, perché il loro essere fuori dal mondo in realtà è quello che li renderebbe molto più liberi e molto più vicini alla verità. E la verità ad oggi è che voi che li avete strappati alla loro vita fate schifo."