Sta girando un post (facebook) tra gli addomesticati. Comincia con "per chi ancora difende i genitori della famiglia nel bosco, ecco i fatti veri" e poi elenca una serie di invenzioni spacciate per analisi. Lo stesso identico testo, parola per parola, rimbalza su una decina di profili militanti — tutti schierati, tutti allineati.
Nessuno di loro l'ha scritto. Qualcuno gliel'ha dato da diffondere — qualcuno che ha tutto l'interesse a difendere la magistratura e sa che il gregge eseguirà senza fare domande. E il gregge ha eseguito.
E la cosa che mi fa girare di più in questo ammasso di stupidaggini è che loro non si chiedono — nemmeno per un secondo — come stessero davvero quei bambini. Non come li descrive il tribunale. Come stavano davvero.
Correvano nel bosco. Giocavano a canasta coi vicini. Raccoglievano olive. Parlavano col cavallo. Erano felici. Strafelici. Lo dicevano loro, lo dicevano i vicini, lo diceva chiunque li avesse visti con i propri occhi invece di leggerli in una relazione dei servizi sociali.
Ma gli addomesticati questo non riescono a vederlo. Non possono vederlo. Perché loro la felicità la misurano con i loro strumenti — il pediatra, il registro scolastico, il bagno interno, le vaccinazioni, il programma ministeriale. Fuori da quei parametri per loro non esiste vita degna. Non esiste gioia riconoscibile.
E sai perché? Perché sono infelici.
Profondamente, strutturalmente infelici. Hanno costruito il loro formicaio, ci hanno rinchiuso i loro figli, li hanno consegnati a uno schermo e chiamato quello protezione. Li hanno mandati nelle scuole dove vengono bullizzati o diventano bulli, nelle camerette dove crescono soli con il telefono in mano, nel sistema che li svuota di vita un anno dopo l'altro. E adesso — adesso — vogliono insegnare a una famiglia libera cos'è la felicità.
La verità è che non possono tollerare chi scappa dall'infelicità collettiva che chiamano "normalità". Chi dimostra con la propria esistenza che si può fare altrimenti. Quello li fa impazzire. Quello non lo perdonano.
Sono un buco nero di infelicità esistenziale che risucchia tutto ciò che gli si avvicina. E quando non riescono a risucchiarlo, chiamano il tribunale.
☥ Il Lupo
Manuele Dalcesti
