I giochi dei bambini non sono giochi, bisogna considerarli come le loro azioni più serie.
Michel de Montaigne.
I giochi dei bambini non possono essere considerati semplicemente “giochi” in senso superficiale, perché rappresentano per loro le attività più serie e coinvolgenti. Attraverso il gioco il bambino esplora il mondo, costruisce significati, sperimenta il successo e il fallimento: in altre parole, vive ciò che per l’adulto equivale alle attività fondamentali dell’esistenza.
Se si considera la felicità come uno stato legato al raggiungimento di obiettivi percepiti come significativi dal soggetto, allora non esiste una gerarchia assoluta tra le esperienze di felicità di individui collocati in contesti diversi. Un individuo che vive in una società altamente tecnologica, scientifica e complessa, e un individuo che vive in un contesto meno sviluppato dal punto di vista tecnologico e sociale, possono sperimentare una felicità di intensità equivalente se entrambi raggiungono obiettivi che per loro hanno valore.
Un individuo che vive in una grande metropoli come Los Angeles e uno che vive in una foresta del Borneo possono provare livelli di felicità comparabili, pur avendo vite completamente differenti.
In questa prospettiva, il gioco del bambino e il lavoro dell’adulto non sono qualitativamente opposti, ma occupano una posizione analoga nella struttura dell’esperienza soggettiva: entrambi sono ambiti in cui l’individuo investe sé stesso, si misura con sfide e sperimenta la soddisfazione del successo. In modo analogo, il successo di un adulto nel proprio lavoro — sia esso un broker di Wall Street o un artigiano — produce una forma di gratificazione che, sul piano fenomenologico, è comparabile alla soddisfazione che il bambino prova nel gioco.