Domanda di natura etica e filosofica: se sono stato assolto per minacce, perché alla fine devo pagare l'avvocato?
Lo Stato è una macchina enorme, complessa, spesso percepita come lenta, burocratica e piena di ingranaggi arrugginiti. Io, personalmente, provo una certa soddisfazione nel riuscire a individuare le sue contraddizioni e le sue falle, sfruttandole quando questo significa ottenere un vantaggio amministrativo, economico o anche morale, soprattutto quando ritengo di essere dalla parte della ragione.
Comunque, sulla domanda iniziale, voglio sentire cosa dice ChatGPT, cioè quella che probabilmente è la voce più mediana possibile: il punto di vista medio della società dei professionisti, degli intellettuali e dei burocrati.
ChatGPT risponde:
" È una domanda che tocca due piani diversi: quello del diritto e quello dell'etica.
Dal punto di vista giuridico, l'assoluzione significa che non sei stato riconosciuto colpevole del reato. Tuttavia, l'avvocato ha comunque svolto un'attività professionale (studio degli atti, colloqui, udienze, difesa) e, in linea di principio, il suo compenso è dovuto indipendentemente dall'esito del processo. È come un medico: anche se la terapia non fosse necessaria perché alla fine si scopre che il paziente è sano, il lavoro svolto va comunque retribuito.
Dal punto di vista etico, però, la questione è più complessa. Si possono sostenere almeno tre posizioni:
L'etica della responsabilità: hai avuto bisogno di una difesa perché eri imputato; chi ti ha assistito ha dedicato tempo e competenze, quindi è giusto che venga pagato.
L'etica della giustizia riparativa: se eri innocente, è ingiusto che tu debba sostenere un costo economico per difenderti da un'accusa infondata. In un sistema ideale, dovrebbe essere lo Stato o, in alcuni casi, chi ha provocato ingiustamente il processo a sostenere quel costo.
L'etica utilitarista: pagare comunque gli avvocati garantisce che tutti abbiano accesso a una difesa qualificata. Se il pagamento dipendesse dall'assoluzione o dalla condanna, molti professionisti eviterebbero casi complessi o rischiosi.
Molti filosofi del diritto riconoscono che esiste una tensione tra due principi:
è giusto retribuire il lavoro dell'avvocato;
è ingiusto che una persona innocente subisca un danno economico per essersi difesa.
Per questo, in alcuni ordinamenti sono previsti meccanismi come il gratuito patrocinio o, in casi particolari, il rimborso delle spese legali. Tuttavia, in Italia, salvo ipotesi specifiche, l'assoluzione non comporta automaticamente che lo Stato rimborsi le spese dell'avvocato.
Quindi, da un punto di vista filosofico, la tua perplessità è fondata: essere assolti e dover comunque sostenere spese rilevanti può apparire in contrasto con l'idea intuitiva di giustizia. Dal punto di vista del diritto vigente, invece, l'assoluzione e il compenso dell'avvocato sono due questioni distinte. "
Le tre risposte sono sono diverse e si contraddicono: da una parte si dice che non è giusto che un innocente paghi per difendersi, dall'altra si dice che è giusto pagare l'avvocato perché ha lavorato.
La verità è che sono due principi in conflitto.
L'etica utilitaristica ha una sua forza: crea competizione, professionalità e specializzazione. Gli avvocati, avendo un incentivo economico, investono nella propria formazione e diventano più preparati. In questa logica, un avvocato più costoso potrebbe garantire una difesa migliore.
Ma qui nasce un problema morale: è giusto che una persona colpevole, solo perché possiede più denaro, possa permettersi la difesa migliore rispetto a chi non può pagare?
Un sistema giusto dovrebbe quindi garantire che anche chi non ha risorse economiche abbia accesso a un avvocato competente e adeguatamente retribuito dallo Stato.
La teoria secondo cui "un lavoro va sempre pagato perché è stato svolto" è corretta, ma forse troppo semplice se applicata automaticamente al processo penale. Sarebbe perfetta per il lavoro di un falegname: una persona commissiona un tavolo, il falegname lo costruisce e viene pagato.
Ma il processo penale è un'altra cosa.
L'avvocato non produce un oggetto materiale. Il suo lavoro si inserisce dentro una dinamica molto più ampia: comportamenti umani, emozioni, errori, interpretazioni, fortuna o sfortuna, attività della polizia, decisioni delle procure, valutazioni dei tribunali.
Il falegname opera in un rapporto diretto tra due soggetti: uno vuole un bene, l'altro lo produce.
L'avvocato penale invece spesso entra in gioco perché una persona è stata coinvolta in una situazione che non ha scelto e non ha voluto. Alla base del suo lavoro ci sono istituzioni come polizia, procure e tribunali: istituzioni fondamentali, ma composte da esseri umani e quindi inevitabilmente soggette a errori.
Del resto, se le istituzioni fossero sempre perfette, non esisterebbero proteste, critiche politiche e quella continua percezione popolare di essere governati male.
Se fossi un avvocato non potresti nascondere il fatto che molti dei tuoi clienti derivano potenzialmente da una situazione che non si sono cercati e che non hanno voluto. Nascono da una vicenda in cui, alla base, ci sono le istituzioni: la polizia, una caserma, una denuncia, una procura, un tribunale. Sono proprio queste realtà che generano il lavoro dell'avvocato penalista e, in un certo senso, sono le stesse entità che gli permettono di vivere. E questo fa di te, avvocato, una merda ottusa e senza morale.
Queste entità istituzionale, per quanto fondamentali, sono composte da esseri umani e quindi possono sbagliare. Nessuno può negare questa possibilità; altrimenti non si spiegherebbe perché nella società ci siano continuamente critiche verso le istituzioni, verso la politica e verso lo Stato, né perché il popolo manifesti spesso la propria insoddisfazione accusando chi governa di aver commesso errori o ingiustizie.
È evidente che, in una situazione ideale, in un mondo realmente giusto, uno Stato giusto non dovrebbe far ricadere sul cittadino assolto il peso economico della propria difesa. Se una persona viene riconosciuta innocente, il costo per aver dovuto dimostrare la propria innocenza dovrebbe forse essere sostenuto dal sistema che ha generato quel procedimento.
Il gratuito patrocinio rappresenta un tentativo di correggere questa contraddizione, ma l'accesso è limitato da requisiti economici molto rigidi: occorre avere un reddito annuo inferiore alla soglia prevista dalla legge di circa 12.500 euro, un patrimonio compatibile con i limiti stabiliti, e vengono addizionate anche le condizioni economiche del nucleo familiare, perché i redditi dei componenti conviventi si sommano a quello dell'imputato.
Una persona denunciata per un reato come le minacce (come me), poi assolta, ne può quindi uscire dal processo con una vittoria giuridica ma con un danno economico significativo costringendola a pagare €5.500.
Viva il 1789!
Quando la Rivoluzione francese mise sotto accusa i privilegi e colpì:
nobili e aristocratici: proprietari terrieri, ufficiali dell'esercito monarchico, membri della corte;
clero: vescovi, sacerdoti e religiosi contrari alla politica rivoluzionaria;
borghesi: avvocati, commercianti, imprenditori e professionisti accusati di tradimento o opposizione.
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